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Diario di viaggio
Parte 1 - L'avvicinamento
Giovedì, 21 settembre 2006 ...prima dell'alba
Bene, ci siamo. Dopo innumerevoli telefonate, e-mail, letture e documentazioni siamo qui, a Linate, in coda al bancone del check in in attesa di iniziare il viaggio per Dar Es Salaam, via Amsterdam. Sia io che la collega Elisabetta abbiamo già avuto esperienze di cooperazione internazionale, ma l'emozione per quello che ci aspetta, incognite comprese, pervade entrambi nonostante il sonno per la levataccia mattutina.
La signorina del controllo biglietti, forse anche lei svegliatasi presto ma di umore decisamente più nero del nostro, ci regala il primo sussulto: siamo senza visto per la Tanzania e secondo lei non possiamo partire.
Ovviamente ci eravamo informati: se non si può andare a Milano o Roma è possibile ottenere il visto in arrivo a Dar al costo di $ 50. Sulle sue note al computer risulta che "è raccomandato richiedere il visto in Italia". Raccomandato non vuol dire obbligatorio per cui non ci possono fare altre obiezioni, ma la signorina in un ultimo atto di imperiosità ci tiene a scrivere sui nostri biglietti, in stampatello maiuscolo, NO VISA. Per la cronaca, nè al controllo biglietti di Amsterdam, nè all'arrivo in Tanzania ci viene contestato alcunchè: qui la procedura effettuata da personale più sorridente di quello che abbiamo lasciato in Italia, comporta la compilazione di alcuni moduli, l'essere fotografati con una webcam, il pagamento della somma dovuta e l'apposizione del visto.
Sono circa le 23 quando usciamo dall'aeroporto: senza farci abbindolare dai numerosi taxisti locali incontriamo due suore del Msimbazi Centre che pazientemente ci hanno aspettato per condurci presso l'istituto dove passeremo la nostra prima notte tanzaniana. Siamo decisamente stanchi: sister Godeliva, molto maternamente, si prende cura di noi procurandoci dalle cucine un pentolone di stufato e della frutta ma il nostro desiderio è più orientato su doccia e letto. Veniamo accompagnati alle nostre stanze: trovo un grande letto comodo con lenzuola pulite. Bagno in camera. Aria condizionata e un televisore. Wow! Un paio di scarafaggi morti, però, mi ricordano dove mi trovo. Ma quello che mi preoccupa di più è l'enorme quantità di zanzare che infestano la stanza. Sapendo che la malaria non è un evento improbabile inizio la mia personale guerra di disinfestazione per bonificare la stanza: tiro fuori dalla valigia insetticida e zampironi. Nebulizzo sotto il letto, le tende, le finestre, la porta e il bagno. Porto la temperatura a livelli polari con l'aria condizionata. Abbasso la zanzariera dal baldacchino del letto, la rimbocco, verifico l'eventuale presenza di buchi e nebulizzo anch'essa. Doccia, unzione con Autan e buonanotte ai suonatori. Ho dormito benissimo.
Venerdì, 22 settembre 2006
Oggi dobbiamo effettuare il trasferimento da Dar Es Salaam verso Mlali. Al mattino sister Godeliva ci accompagna a far colazione: mi mangio, sotto lo sguardo perplesso di Elisabetta, una zuppa di (forse) funghi, 1/2 wurstel, 1/2 banana cotta, una specie di pane fritto e the. Alle 10 salutiamo l'amorevole suora e con un puntualissimo taxista giungiamo al terminal degli autobus "Scandinavian". Ci aspettano, infatti, circa cinque ore di viaggio in bus fino al paesino di Gairo: lì dovremmo incontrare padre Francesco che con la jeep ci porterà alla missione di Mlali.
Il biglietto costa 10000 scellini, pari a circa 6 euro: la Scandinavian è la migliore compagnia di autobus della Tanzania ed ha mezzi che comunque da noi difficilmente supererebbero una revisione. Ma il servizio è buono: durante il viaggio ci vengono offerti biscottini, caramelle, acqua e bibite. Inoltre, come riportato sulle guide della Lonely Planet, gli autisti sono un po' più sani di mente della media. L'uscita da Dar Es Salaam, una metropoli di oltre 2.500.000 abitanti, mi riserva, però, un'ulteriore sorpresa: l'autobus si ferma e salgono un uomo e una donna in borghese che si qualificano come Polizia Immigrazione. Mostrano un paio di tesserini su cui in effetti c'è scritto qualcosa del genere. Con qualche difficoltà riesco a capire che mi contestano di aver effettuato alcune riprese con la videocamera dal finestrino mentre attraversavamo la città. Mi chiedono il passaporto. Si scrivono i miei dati su un biglietto. Io comincio a chiedermi se Elisabetta si è appuntata da qualche parte il recapito della nostra ambasciata, ma poi i due poliziotti mi fanno una specie di ramanzina di cui ricordo solo gli sguardi torvi e se ne vanno. Si può ripartire. Più tardi chiedo all'autista se è vietato fotografare per le strade e lui mi dice di no. Allora chiedo perchè è salita la polizia? Risposta "ehh...la polizia è la polizia". Enigmatico.
A Dar il traffico è pazzesco. Qui in Tanzania si guida a sinistra, ma non è per questo che sgraniamo gli occhi. Lo stile di guida è un incrocio tra la personale interpretazione del codice della strada napoletano e l'impaziente intolleranza meneghina. L'uso del clacson in dosi massicce ricorda invece le sinfonie stradali palermitane. Le "vittime" sembrano essere pedoni e carrettieri che vengono spinti a correrre dall'incombente paraurti di un camion o di un pulmann come il nostro.
Usciti da Dar la strada diventa meno trafficata e si viaggia più velocemente. Solo in salita alcuni mezzi ci rallentano un po', ma per l'autista non è un problema superarli in curva, salendo un dosso e oltrepassando la doppia striscia continua di mezzeria. Il nostro conducente sembra tranquillo di quello che fa. E anche noi: in fondo, la visione di diversi veicoli ribaltati o incidentati a bordo strada ci fa sperare che la darwiniana selezione naturale dei piloti tanzaniani ci abbia riservato un autista esperto e smaliziato.
Con una radio africana sparata a palla dagli altoparlanti del bus, un signore davanti a noi che con tranquillità buttava fuori dal finestrino bottigliette d'acqua vuote, cartacce e i resti del pollo che si è mangiato arriviamo dopo circa 5 ore a Gairo.
Lasciati a bordo strada con i nostri bagagli veniamo subito circondati da un nugolo di bambini. Ma padre Francesco è già li che ci aspetta con la jeep. Una veloce presentazione e si parte.
Padre Francesco è un frate toscano di Arezzo con l'aspetto tipico del missionario: un po' rude, abbronzato, rughe quanto basta e sigaretta in bocca. Guida la jeep come se stesse correndo una speciale della Dakar, ma lui dice che non va veloce: è la strada che è piena di buche.
Il fatto che incrociando un ragazzo in bicicletta questi preferisca lanciarsi fuori strada ruzzolando per terra piuttosto che restare in carreggiata e incrociare il nostro veicolo, mi fa pensare che la jeep di Francesco sia piuttosto conosciuta da queste parti. Lui nega, però, di aver mai messo sotto qualcuno. Al massimo qualche gallina.
Dopo circa 1/2 ora arriviamo alla missione di Mlali. Questa è costituita da diversi edifici: in alto la casa dei frati con la sala da pranzo, la cucina, una sala con biblioteca e una piccola cappella. Di lato gli alloggi per i volontari, quattordici stanze con letto a castello. I bagni sono in comune. Più sotto c'è la casa delle suore e il Kituo, cioè il centro di riabilitazione.
La costruzione ha la pianta a ferro di cavallo con un cortile nel mezzo. Ai lati segreteria, sala gessi, palestra di fisioterapia, un'aula, stanza per terapia occupazionale, infermeria, gli alloggi per i bambini, la mensa e la lavanderia.
Posteriormente al Kituo c'è la sala operatoria con sala di sterilizzazione e sala raggi.
Ancora più in basso altre due costruzioni: gli alloggi per le mamme dei bambini e il dispensario dove lavora un medico locale e dove è sistemato lo studio dentistico dei volontari odontoiatri di Smile Mission.
La cena è rigorosamente alle 19, un'ora dopo il tramonto. Abbiamo quindi un po' di tempo per andare a vedere i bambini. Li troviamo tutti in mensa. La nostra presenza crea un po' di scompiglio, fatto però di sorrisi spettacolari e presentazioni in italo-anglo-swaili.
Alle 21.30 morto dal sonno mi infilo a letto con pigiama pesante e due coperte: tremo come una foglia e subito penso a qualche anofele di Dar sopravvissuta al mio attacco chimico e al suo dono malarico. Niente di tutto questo: una bella dormita e un risveglio fresco come una rosa diagnosticheranno solo una bella dose di stanchezza. Inoltre qui siamo in montagna e non è certo caldo la sera. Però non ci sono zanzare.
Gerardo Capaldo
segue...
Parte 2 - Cominciamo ad ambientarci
Parte 3 - Kituo!
Parte 4 - Ospiti d'onore
Parte 5 - Saluti
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